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  • alessandrocacciato

L'innovazione mancata

La possibile fusione tra l’italiana FCA [Fiat] e la francese Renault mi ha fatto tornare in mente un articolo de “QuattroRuote” del 1988, dove viene riportata una notizia sensazionale: l’Alfa Romeo ha messo a punto la prima autovettura ibrida [clicca qui per approfondire].


L’articolo è ricco di grafici e fotografie che riportano la gloriosa Alfa 33, in versione station wagon, carica di tecnologia made in Italy.


A fianco del motore boxer da 1.5 litri – l’indimenticabile rombo rimane un mito per gli amanti del settore – era stato montato un motore elettrico, asincrono trifase, prodotto dalla Ansaldo di Genova. L’obiettivo di questa sperimentazione, - dichiarava Alfa Romeo - era quella di diminuire le emissioni inquinanti – la piccola Greta Thunberg dovrebbe andarne fiera.


La prima auto ibrida fu commercializzata nel 2000, ma il primato spettò alla Toyota con il modello Prius, perché gli italiani – pur essendo arrivati primi nella sperimentazione – abbandonarono prematuramente il progetto.


Guardando i listini delle case produttrici odierne, salta all’occhio come l’industria automobilistica italiana sia fortemente indietro rispetto alla produzione di motori ibridi ed elettrici. Renault, il gruppo Volskwagen, la citata Toyota, Nissan e BMW, già da qualche tempo sono invece presenti su questo nuovo mercato - ma non solo - stanno investendo sulla neonata FormulaE, la competizione automobilistica dedicata unicamente ai veicoli elettrici. Come è facile immaginare le tecnologie sviluppate in ambito agonistico verranno presto riversate nelle vetture che troveremo in concessionaria.


È la storia italiana che si ripete.


L’Italia è una nazione che – nonostante le mille problematiche - riesce a formare le migliori menti a livello internazionale, ma non riesce a ricavarne valore. In questa era all’insegna delle innovazioni è quindi obbligatorio guardarsi attorno e cominciare a fare un’operazione molto semplice: 1+1.


Addizioniamo il nostro artigianato, unico e di alta qualità - che paradossalmente sta vivendo un periodo di crisi – con le nuove tecnologie che finalmente sono accessibili poiché a basso costo.


Una profonda riflessione deve essere fatta negli istituti industriali e tecnici che devono inserire urgentemente all’interno dei programmi di studi – grazie a direttive ministeriali – materie che sviluppino il design thinking, il problem solving e che aggiornino costantemente i laboratori con microcontrollori e le tecnologie abilitanti che vengono immesse sul mercato a ritmi inediti.


Anche le famiglie sono responsabili.


La cultura dell’innovazione deve entrare nelle nostre case, per sviluppare consapevolezza verso i lavori del futuro. La maggior parte delle famiglie italiane ormai dispone di una connessione ad internet e dunque, anche per loro, diventerà sempre più facile poter comprendere – grazie alla mole di informazioni a nostra disposizione – quale possa essere il percorso di studi più idoneo per intercettare l’evoluzione del mondo delle professioni.


Per aiutare le famiglie che non dispongono degli strumenti utili, dovrebbero intervenire le associazioni no profit, il circuito delle Camere di Commercio e addirittura le parrocchie e le organizzazioni partitiche dei territori, che - facendo rete - potrebbero facilitare il processo di conoscenza.


In questa rivoluzione epocale, nessuno deve rimanere indietro.


Evitiamo - tutti insieme - che si possano sviluppare nuove visioni miopi.


Il pericolo odierno è quello di oltrepassare, in modo irrevocabile, il punto di non ritorno.




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